Archive for the ‘sardegna mia’ Category

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Ha piovuto!

20 novembre 2013

Questa povera terra martoriata dai palazzinari, costruttori, menefreghisti, incompetenti, egoisti…

Questa terra non amata,  nè rispettata, questa terra TRADITA, è la regione in cui si muore di più per motivi di disastri idrogeologici.

Sono i sardi che l’hanno tradita, quei sardi che hanno votato Cappellacci, che prima l’ha avvelenata quando era responsabile della Società dell’oro di Furtei, che poi la voleva vendere agli esponenti della P3, e infine come ultimo atto prima di, speriamo cambiare regione di residenza, ha tolto i finanziamenti dell’Autorità di Bacino per la salvaguardia delle coste, e poi, se non l’avessero fermato al Ministero dell’Ambiente avrebbe modificato il Piano Paesaggistico Regionale, e ciascun Comune si sarebbe fatto un piano per costruire sull’unica ricchezza che questa regione possiede: la natura incontaminata.

 

 

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Aurora

14 aprile 2013

Stanotte parto per la Finlandia, con la mia classe. Andiamo oltre il Circolo Polare Artico per un incontro Internazionale. Per una settimana sarò in un altro mondo, dove spero di vedere luci e colori come quelli di questa aurora boreale.

Quando torno forse ci sarà il nuovo Presidente della Repubblica.

Almeno spero.

Così da vedere anche da questa parte del mondo l’inizio di un nuovo giorno.

Oggi però festeggio perchè il mio Cagliari si è salvato. Speriamo che anche per la mia squadra sia l’inizio di un periodo migliore.

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Figli di un dio minore

11 marzo 2013

C’è qualcuno che sui sentimenti che il gioco del calcio sollecita ci ha costruito un impero economico e politico, che gli italiani, forse come solo gli inglesi in Europa fanno, scandiscono i loro tempi  politici-sociali sul campionato del calcio. Quel furbacchione di B. non per niente chiamò il suo partito con lo slogan di chi è tifoso della Nazionale.

A Londra in qualsiasi pub si entri, a qualsiasi ora del giorno e della sera, oltre che fiumi di birra e aperitivi vari, scorrono sullo schermo piazzato in un angolo, le immagini di una partita di calcio. E c’è qualcuno che la guarda. Noi abbiamo  imparato a usarlo altrettanto bene quale fonte di diritti televisivi.

Perché il calcio è la metafora della vita. Il calcio avvicina, affratella, il calcio divide.

E’ l’unico argomento di cui, soprattutto in Italia, siamo signori e padroni. Si passano ore a disquisire sulla cornutaggine degli arbitri, e sugli schemi pro-Zeman o sul lancio lungo a seguire.

Il calcio è l’unico sport che tutti possono non solo seguire, ma anche praticare: basta una palla, un qualsiasi oggetto rotondo, ricavato anche da vecchi giornali accartocciati,che dieci ragazzi si trasformano in guerrieri urlanti nei piccoli cortili della scuola.

Il calcio è l’unico sport che fa sognare. Tutti possono addormentarsi illudendosi che il loro dribbling stretto li farà diventare come Murru, a diciannove anni in serie A.

Il calcio è l’unico sport che ti permette di sentire l’appartenenza a un gruppo, una città. Così come una volta ci si divideva tra Guelfi e Ghibellini, tra Cavour  e Garibaldi.

Il vero tifoso di calcio, prova nei confronti della propria squadra gli stessi sentimenti che si provano quando si ama.

Ti rendi conto che la campagna acquisti non ti ha accontentato,  che la tua squadra avrà difetti, ti farà soffrire, arrabbiare, trepidare?  Non puoi NON amarla. Non puoi far finta di niente. Lei fa parte di te.

Se pure ci provi e riempi quei novanta minuti di passeggiate, escursioni, viaggi nell’altrove,  prima o poi ci pensi, ti fai la domanda, urge sapere: cosa avrà fatto il …  segue nome.

La maggior parte delle volte però, la squadra da amare ha un articolo femminile davanti, e come una donna è da seguire, vezzeggiare, coccolare, da possedere , sia pure solo nei colori della maglia,  fino a perderci la testa.

E come per l’amore occorre essere giovani per tifare concretamente.

Per andare allo stadio con il sole e con il gelo. Con la pioggia che si infila nelle mutande, e il vento che ti fa lacrimare gli occhi. Occorre avere un pizzico di pazzia giovanile per abbracciare lo sconosciuto che hai accanto perché abbiamo pareggiato, o per infilare le più scandalose parolacce contro il terzino che ha messo fuori uso la caviglia del tuo unico e solo attaccante.

Ci vuole costanza e pazienza per fare centinaia di km e non trovare il posto sugli spalti che vorresti , soldi e rinunce per seguire i tuoi colori in trasferta.

Poi si diventa “vecchi”, arriva Sky e ti indivani… e si passa dal fare al solo vedere.

Ci sono libri, pubblicazioni, studi e ricerche sull’importanza del calcio nelle società alle nostre latitudini, ma soprattutto sulle devianze che si innescano sul calcio.

Ora, l’isola di Sardegna da molti anni ha una squadra in serie A, grazie alla sapienza calcistica del Presidente del Cagliari Calcio. Una specie di bullo poco cresciuto che però si intende molto di calcio e negli anni è riuscito a sopravvivere ad un campionato disumano, e a scoprire diversi campioni. L’ultimo: Ibarbo, giocatore colombiano che domenica ha segnato una tripletta.

Ma il Cagliari, per responsabilità proprio della sua presidenza poco rispettosa delle regole, e troppo collusa con la politica,  non ha una campo in cui giocare;  anzi ce l’ha, ma dentro non possono entrarci i tifosi.

 Is Arenas è off limits per gli amanti della propria squadra.

Perché il pretore ha deciso che …. insomma sembra che alla struttura manchino delle cose…

Solo a Is Arenas però, che basterebbe andare in tutti gli stadi italiani, meno che  in quello di proprietà  Juve, per trovare problemi ben più gravi. Ma al di là della polemica verso una “giustizia” che si differenzia per tempo e per luogo…

una delle immagini più tenere di quest’ultima domenica calcistica, è stato sentire i tifosi FUORI dello Stadio tifare per la propria squadra, gridare forte affinché i giocatori li sentissero, come una serenata all’innamorata chiusa in casa, per farle sentire il suo amore.

Ma questo sonoro appassionato, è stato superato dall’immagine del piccolo Cossu, arrampicato sulla rete, a fine partita, per abbracciare uno dei tifosi che si erano sgolati fuori dallo Stadio, e avevano seguito la partita dalle radioline, come una volta, udito i fischi dell’arbitro, immaginato i volti..

E il nero Ibarbo che corre lungo e dinoccolato, verso la rete butta la maglia oltre il confine invalicabile, ai suoi amorosi sostenitori. Che forse….

I sardi non hanno diritto ai sogni?

 Deve  arrivare un super prefetto come Achille Serra, incaricato dalla FIGC come consulente perché un Sindaco, un Prefetto, un Architetto, non vogliono assumersi la responsabilità?  

Perché hanno paura che un prefetto li metta dentro e butti la chiave..?

 I sardi penalizzati e in purgatorio, i delinquenti veri ricoverati di troppa luce.

I sardi sono figli di un Dio minore?

La risposta è SI.

 

 

 

 

 

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E chi non batte con me…

6 ottobre 2012

Questo lunedì a Cagliari è stato rappresentato il Nabucco. Belle le luci, caravaggesche, belli i costumi, le voci. Coro incredibilmente autorevole.

Che poi uno le trova le risposte, quando si chiede come mai, a distanza di secoli il teatro, e ancor di più la musica,  continua a parlare al cuore delle persone e commuove e ti incanta e ti fa sentire partecipe dell’umanità. Orgogliosa di essere italiana. Anche in periodi neri come questi.

Il Nabucco è il grido di libertà di un popolo sottomesso.

E mi sono immaginata che effetto poteva fare sugli uomini che lottavano per il Risorgimento. Quando al grido” libertà-libertà”, seguiva il sommesso “va’ pensiero”  che mi è sembrato più un grido di ribellione verso il contingente che una sottomissione rinunciataria.

Dal loggione la musica era sorprendente, splendente, luminosa, e mi meravigliavo nell’ascoltare  i cantanti che si superavano in espressione e virtuosismo. Davvero ho pensato che Abigail prima o poi si sarebbe schiantata sul palcoscenico e avrebbe chiesto scusa (“non ce la faccio, Verdi è troppo difficile!”).

Invece tutto perfetto. Dopo il “Va’ pensiero”, la vibrazione è rimasta nell’aria per alcuni secondi e tutti silenziosi e incantati  dal rispetto unanime per la bellezza.

E stavo lì ad applaudire il miracolo di una, finalmente, opera degna del mio farmi 150 km per andare a teatro, (ho l’abbonamento, ma… rientrare da sola all’una di notte per le strade della Sardegna, non è il massimo), e mi spellavo le mani convinta, quando, alla fine, dopo l’applauso meritato al direttore d’orchestra, sei o sette Assiri (non li ho contati, e forse erano di più)… sono stati invitati a farsi avanti… dai cantanti e allora…

 hanno superato tenori e soprani, coro e direttore d’orchestra, si sono inginocchiati e tolti i caschi  hanno cominciato a batterli ritmicamente sul legno del palcoscenico. Ta-ta-tum    ta-ta-tum. E il pubblico teneva il ritmo battendo le mani.

Erano i lavoratori del Sulcis. Non importa se dell’Alcoa, della Carbonsulcis,  Euroallumina, erano gli operai sardi, sempre in lotta. Avevano accettato di fare le comparse per  poter comunicare con il pubblico del teatro lirico.

Ora immaginatevi la scena: tutto un pubblico elegante, in abito da sera, e pizzi e cravatte, questi melomani, la cui maggioranza ha superato da molto i 50anni che seguono seri e all’unisono il ritmo battuto dagli  operai, che lottano per il loro posto di lavoro, per la libertà dalle banche, dall’oppressione dei Grilli parlanti.

Io piangevo come una fontana, che ultimamente sono un po’ fragile emotivamente, e pensavo che non tutto è perduto se persone con culture diverse e senza problemi di lavoro (che andare a teatro costa… troppo…), si univano,  con-passione,  ai problemi di chi il lavoro non ce l’ha; non tutto è andato in vacca, se spontaneamente e con convinzione sentiamo i problemi di chi soffre, è diverso da noi:  ce la possiamo fare…

Possiamo uscire da questo pantano puzzolente in cui ci hanno infilato questi furbetti, non del quartierino, ma  nazionali, con aspirazioni alla trasnazionalità. (I soldi rubati li portano in qualche isoletta sperduta dei caraibi).

Ecco se le persone benestanti, borghesi, riescono a “sentire” il malessere degli “altri”, vuol dire che riusciamo a capire e a imparare, a far tesoro delle esperienze altrui.

E ci sarà sempre meno posto per chi da postino, diventato assessore provinciale e presidente nominato di un ente sociale, quando gli mettono la multa perchè con la sua “Ferrari” occupa il parcheggio per gli invalidi, buca le gomme dell’invalido che ha denunciato la sua arroganza.

Se non ci fossero state le telecamere nessuno avrebbe avuto le prove che viviamo oppressi da questa gente infame. Non ha chiesto nemmeno scusa, ha detto solo che ha fatto una cazzata, e che erano due anni che parcheggiava sempre lì. Quando si dice avere la faccia come il culo.

E speriamo che come a  Nabucco “gutta du kalidi”, ma che non si riprenda mai più.

 

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Cellino il narciso sradicato

25 settembre 2012

 (lo stadio Is Arenas un giorno fa)

In questa povera Italia non c’è tanto da divertirsi, almeno per noi poveri cristi che siamo rimasti attaccati allo spread tutta l’estate: ne andava di mezzo la tredicesima.

Poi chissà come e perché queste iene economiche si sono calmate e ci siamo potuti dedicare alla sola cosa che unisce e divide gli italiani e che ci fa sentire nazione: il calcio.

E quindi sotto con i nuovi allenatori, (Zeman forever), con gli schemi, con il calcio mercato (“che ci serve un centrocampista”).

Tutto questo dedicarsi al pallone, serviva per non pensare, per avere un attimo di respiro, per sentirsi liberi anche di dire qualche parolaccia, con gli amici e familiari davanti a un buon bicchiere guardando la partita.

A noi poveri umani che abbiamo scelto di tifare Cagliari, da quel dì che abbiamo avuto l’uso della ragione, non è dato.

Sono anni che mi lamento del presidente della mia squadra, anni che prima del campionato mi ripeto: “Niente, quest’anno faccio sciopero” ma poi, quando la squadra scende in campo tutto si ferma, e stai lì con gli occhi spalancati a cercar di capire se: “Ma si sarà ripreso Naingolan, e Conti? Ci manca la punta, cavolo, ma Ibarbo?”. Quest’anno però Cellino ha passato il segno.

Mi sono vergognata come una ladra, quasi che fosse una colpa tifare per i rossoblù.

Massimo Cellino ha senz’altro problemi di identità e ci fa scontare il suo narcisismo da padrone delle ferriere ogni campionato. Con lui gli allenatori sono trattati come se fossero operai della Fiat iscritti alla CGIL sotto Marchionne. “Alla prima che mi fai, ti saluto e…”.

Usa i tifosi organizzati come longa manus per ricattare sindaci, commercianti, giocatori.

Ma non era ancora successo che in tutta la sua megalomania, (si crede il padrone delle ferriere dei primi del ‘900), chiedesse ai tifosi di ribellarsi ad un’ordinanza delle istituzioni.

Che lui non è stupido: sa benissimo che in Sardegna gli animi sono esacerbati, non certo per il calcio, e che basta una fiammella per far esplodere le piazze. Contava su questo il signor Cellino: creare lo scontro tra le forze dell’ordine e i tifosi, per poi ricattare prefetto, questura, giornalisti : “Aprite lo stadio e basta”.

Che lui alle regole non ci sta.

Che lui si crede il padreterno perché con il suo sorrisetto riesce ad incantare FIGC Coni Galliani and co.

Che lui voleva fare uno stadio a pochi metri dalla pista d’atterraggio dell’aeroporto, perché i terreni erano suoi e…

Che lui non l’ha mai pagato il canone al Comune, ma voleva che il sindaco gli aggiustasse lo stadio, compito che invece gli spettava.

“E allora io vado a giocare a Trieste”. Voleva l’insurrezione armata dei sardi, come ai tempi di G.M.Angioy. Poi ha capito che non era conveniente portare la squadra ogni 15 giorni ai confini con la Slovenia.

Allora ha messo in croce un sindaco dell’hinterland che ci è cascato come un pollo, e si è accordato: “Ti faccio lo stadio nuovo, così mi faccio pubblicità”. Ma il tempo è tiranno, e lo stadio non è ancora in sicurezza.

Avoglia a dirgli che non può essere autorizzato l’ingresso ai tifosi. Non basta il prefetto, il questore… no.

 Lui vende i biglietti e gli abbonamenti e bon… poi si vedrà…

Le regole gli stanno strette. Come al suo grande punto di riferimento: quel Berlusconi che per il suo compleanno gli regala la comproprietà di Astori.

Ora: in Italia non c’è nessuno che rispetta le regole, perché tutti si credono furbi. Ma stavolta Cellino l’ha fatta grossa, pensava che anche questa volta gli andasse bene, un po’ di casino tanto per gradire e poi…

E poi la partita è stata annullata dal prefetto: “per pericolo di ordine pubblico” e il Cagliari penalizzato di tre punti tre… che noi che siamo sempre in bilico tra la A e la B, e per fare tre punti a fine campionato non ci dormiamo la notte.

Mi sono vergognata. Non ci volevo credere. E poi era un’occasione: non c’era Totti, né De Rossi, né Osvaldo, forse potevamo…. una seconda patita a porte chiuse certo non è il massimo ma…

Invece per questo uomo non cresciuto, che organizza serate rock per strimpellare la chitarra, che lui voleva essere il capo di un rockband, e ancora non gli è passata, lui che allo stadio porta il CD rochettaro da suonare a tutto volume, per tutti; questo ragazzo canuto che quando è inquadrato dalle telecamere fa scongiuri come se fosse un capo tribale, questo irresponsabile patentato, che ha la residenza a Miami, perché altrimenti il fisco gli porta via pure le mutande;questo accanito fumatore che dimentica di farsi la barba (come Marchionne), per far credere che lavora molto, questo Massimo Cellino ha avuto il coraggio di dire: “L’ho fatto per evitare il caos”.

E meno male che i sardi sono molto più in gamba di chi si crede loro padrone, e allo stadio non ci sono andati. Forse anche loro sono stanchi, finalmente, degli arruffapopoli.

 

 

 

 

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BROVURA

31 agosto 2012

Il Sulcis è una parte di Sardegna particolarmente bella. Spiagge incontaminate, dune, ginepri, scogliere. E poi miniere da scavare e collegare con il resto del Mediterraneo.

Oggetto,  il Sulcis, di invasioni e sfruttamenti: Fenici e Romani, Pisani e Genovesi, Arabi, Piemontesi e dopo le guerre la svendita agli americani di gran parte del territorio. Prima nei poligoni militari e poi Alcoa and co.  In questa zona le “rivoluzioni” degli operai sono diventate Storia: il primo sciopero in Italia  a Buggerru (tra i minatori); il primo gruppo “fascista” a Bacu Abis contro i minatori “comunisti”. La prima città costruita di sana pianta da Mussolini.

In questo territorio da sempre “rosso”,  improvvisamente nel 2008 la maggioranza degli abitanti ha votato PdL. Le promesse di Silvio Berlusconi (“Telefono a Putin e risolviamo…”), hanno affondato il coltello della speranza nella pancia di questo popolo, una volta dignitoso e orgoglioso e lo hanno trasformato in branchi di invasati urlanti ed egoisti.

Ciò che è rimasto è un territorio devastato, con i residui delle lavorazioni delle miniere e delle aziende, a cielo aperto; 12mila ettari di un poligono militare da bonificare; un paese, Portoscuso, dove i fumi dell’Euroallumina e dell’Alcoa sconsigliano di permanere a lungo e dove un parco eolico ha trasformato i pascoli in un paesaggio lunare.

Ciò che è rimasto è una Provincia nuova, quella di Carbonia-Iglesias che è servita a collocare qualche trombato o a soddisfare qualche appetito. Di questo bisogna ringraziare il sulcitano Pili, quell’ex Presidente di Regione, che copiò da un discorso nordista il suo discorso di insediamento… (pari, pari, con le Alpi in Sardegna), e che nei giorni scorsi è sceso a meno 400 m. dai minatori (che lo hanno accolto). Così come avevano accettato (sempre i minatori), senza fiatare,  che l’attuale Presidente Cappellacci nominasse come Presidente della Carbonsulcis (di proprietà della Regione), un giovane di 28anni appena laureato. Non in chimica.

Anni di devastazione non solo paesaggistica, ma morale, di svendita non solo del territorio, ma anche delle anime.

Per far restare gli americani dell’Alcoa si è dato loro energia a basso costo, che ora l’Europa bolla come aiuti di stato, e ci fa la multa, per cui gli americani se ne vanno in Tunisia e Libia, dove l’energia costa un terzo. Ovviamente il minor costo energetico agli americani lo hanno pagato tutti gli italiani.

Sono state scelte disastrose e disastranti e i nodi prima o poi dovevano arrivare al pettine.

Il carbone  di Nuraxi Figus sono 40anni che non viene utilizzato, che contiene troppo zolfo ed è corrosivo, oltre che inquinante. Ma si è continuato ad assumere, per “accozzi”, per motivi politici.

La cassa integrazione di questi 400 minatori, e con secondo lavoro, in nero, a volte da vent’anni lo hanno pagato tutti italiani.

Nessuna riconversione, nessuna idea nuova, nessuna dignità, ma sempre col cappello in mano dal potente di turno, per chiedere l’elemosina.

Così assistiamo a “ricatti” di tritolo stoccato a meno 400 metri, a minatori che si tagliano i polsi in diretta TV, a minatori, ragazzini arroganti,  a cui non basta il messaggio di Napolitano ma pretendono la sua presenza; a donne minatori che scendono in miniera truccate di tutto punto, quasi che in galleria ci fosse una sfilata di moda.

L’Alcoa forse si riuscirà a vendere a qualche straniero, molto aiutato dallo stato italiano, con sconti energetici, ma i minatori dovrebbero farsene una ragione e invece di insistere nel mantenere un progetto insostenibile di stoccaggio della CO2, dovrebbero pretendere una riconversione dei più giovani con corsi di formazione, e il prepensionamento dei più anziani, converrebbe a tutti. Soprattutto agli italiani che di questi carrozzoni politici, non sono soltanto stufi di pagarne il costo, non se lo possono più permettere.

In questi giorni i turisti giunti in Sardegna in numero sempre più esiguo ripartono scontenti. Costi di trasporto altissimi, poca organizzazione, sfruttamento dei pochi polli che non riescono più ad accontentarsi solo del mare.

I sardi in questi millenni di sopraffazione, non hanno imparato nulla.

C’era un Presidente come Soru che almeno aveva un progetto per l’isola, che lottava per l’autonomia dei sardi e per la loro dignità.

I sardi non lo hanno più voluto, hanno creduto al padrone di Villa Certosa. Ora pretendono che lo Stato risolva i problemi che loro hanno creato.

Il Sulcis Iglesiente è la provincia più povera d’Italia, ma ira non c’è nessuno che dica che non si doveva credere  alle favole… Tutto si dimentica con l’emergenza, tutto si perdona.

P.S. “Brovura” è la parola con cui si traduce  “polvere da sparo” in dialetto sardo. Una volta veniva usato come maledizione, o come risposta negativa ad una richiesta. Una specie di “te possino ammazza” romano.

La polvere di sparo non esiste più, ma il tritolo si. Su uno striscione dei minatori della Carbonsulcis c’era questa parola nei confronti dei politici: “Brovura”. Potevano pensarci prima, dico io, invece di votare gente come Oppi (UDC padrone della Sanità in Sardegna) o come Cappellacci (colui che per avere una idea doveva andare a chiedere un lumino a Roma).

 

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Kent’annos

21 luglio 2012
Mazzetta

Ce la possiamo fare

Iridediluce (Dott.ssa Fiorella Corbi)

L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

milena edizioni

Casa Editrice (milena.edizioni@gmail.com)

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