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Puzza di bruciato

14 ottobre 2012
 
 
Riporto un articolo di Mila Spicola sull’Unità. Insegnate/scrittrice che da sempre si occupa dei problemi della scuola. E siccome condivido parola per parola, mi faccio un regalo per il
 
13 ottobre 2012
 

<!– –>”Nella legge di stabilità si affaccia la proposta di aggiungere sei ore all’orario di lavoro dei docenti delle medie e delle superiori senza compenso aggiuntivo. Ma se nemmeno mi adegui lo stipendio e me lo hai bloccato come fai a propormi una cosa simile?

Di mio non sarei contraria, anzi, sarei entusiasta, di avere riconosciuto il valore quantitativo e qualitativo del mio lavoro, di quello che faccio adesso, perché oltre alle mie 18 ore sulla carta, trascorse con 9 classi, cioè 250 alunni circa, passo i pomeriggi e le domeniche a casa a lavorare comunque, tra correzioni di compiti e preparazione di lezioni. L’introduzione del registro elettronico poi prevede un lavoro giornaliero di registrazione a scuola di circa un’ora o più oltre le lezioni. Ma così non è. Nemmeno nella coscienza dell’opinione pubblica.

E allora ben venga, qualora venisse, la formalizzazione di questo lavoro. Sarei disposta a lavorare a scuola non dico sei ore in più alla settimana, ma anche 10, 15, o 20. Di cui alcune di lezione frontale. Anche perché la media europea è di circa 640 ore di lezione l’anno mentre in Italia siamo a 630 per le superiori (ricordo per inciso che un docente ordinario italiano ha un obbligo di sole 60 ore l’anno, che possono arrivare a 90 in taluni atenei, a fronte di uno stipendio che va dai 3000 ai 7000 euro mensili, qualora non si sapesse).

Torniamo a noi, io sono d’accordo con le ore in più (ebbene si colleghi, non me ne abbiate, è una provocazione), però mi si devono pagare e si dovrebbero anche rivoluzionare le condizioni in cui svolgerle, perché come è adesso, nelle condizioni attuali, sarebbe una follia pretenderlo da noi.

Perché innanzitutto, a fronte di queste 10 ore in più, i colleghi europei, in media, hanno ben 1.000 euro in più nello stipendio, alcuni 2.000 in più. E lavorano quanto tanto noi (i tedeschi ad esempio). In realtà questo lavoro di cui sopra, correzioni, burocrazia, preparazione delle lezioni, aggiornamento e studio, ricerca, verrebbe ed è non pagato e non conteggiato, perché le sei ore a cui ci si riferisce sono di lezione frontale. E non esiste “patto di generosità” che mi convinca a farle perché sono una beffa e un oltraggio.

Siamo d’accordo tutti che in Italia un lavoro vale in funzione al quanto viene pagato? Teoricamente non dovrebbe essere così, se fossimo ancora quel paese legato al bene immateriale. In realtà è cosi: valgo per quanto sono pagato. Ma non ditelo ai ragazzi perché stiamo tentando di raccontargliela diversamente. E siccome, io docente,vengo pagato sempre meno, valgo sempre meno. In classe, come nella società, come nella politica.

Come mai? Per un tacito ricatto: siete tanti, pretendiamo poco, vi diamo poco. E dunque valiamo poco. In realtà i docenti hanno continuato a dare tanto. Tantissimo. Tantissimo oltre quello che gli vien retribuito. Tanto da ammalarsene. E ad avere sempre meno. In termini economici e in termini di ruolo. Guadagno meno di una cameriera. Che frase orrendamente classista. Ma così è. E valgo meno di una cameriera. Che frase orrendamente classista. Ma così è.

Dunque raccontiamola bene la fonte della leggenda del “docente che lavora poco”. Delle leggendarie “18 ore”. Ci hanno fatto lavorare poco (sulla carta, perchè in realtà altro che 18 ore..) per farci lavorare in tanti e pagarci poco.

Se queste sei ore fossero corrisposte economicamente, come sarebbe giusto, non avrebbero, come non hanno, soldi per pagarci. E dunque io dico: che a nessun venga in mente il proposito di farci lavorare di più senza compenso. Non per l’ora in sè, o per il compenso in sè, ma per le ricadute. Anche perché noi lavoriamo già in più senza compenso. E questa volta ci solleviamo per davvero memori di un “lavoratori di tutto il mondo uniamoci”. Ma non mi sembra proprio il caso.

Dunque aumento di ore? Va benissimo, ci sto, commisurato ad un equo (attenzione, equo, cioè allineato agli standard europei: non di più, per carità, e non di meno) aumento conseguente degli emolumenti. Già, con il carico di adesso, i nostri stipendi dovrebbero essere intorno ai 2.500 euro circa. Li abbiamo questi soldi? Mi sa di no. Vi abbiamo bloccato le scuole? Mi sa di no. Con un carico di lavoro aggiuntivo dovrebbero arrivare a 3.000 euro. E allora per favore, silenzio.

E non basta il denaro però, perché mi devi assicurare alcuni diritti.

Intanto le ferie: allineate alla media europea. Notizione: noi siamo la di sotto della media (non finirò mai di ripeterlo: secondo la ragioneria dello Stato i medici hanno una media di permessi presi oltre le ferie di 75gg, i docenti 12. I medici hanno aggiornamenti e convegni retribuiti e nelle ore di servizio i docenti no). Poco male ma non tirate in ballo sempre sta litanìa falsa delle ferie.

Ma siccome anche questo ragionamento è una leggenda, diciamola tutta: c’è la crisi e non puoi aumentarci lo stipendio. Nemmeno gli scatti stipendiali puoi assicurarci, perché abbiamo gli stipendi bloccati. E nemmeno vuoi tutelare la nostra salute. Dunque queste sei ore, cari miei, siccome siamo folli ma abbiamo perso la pazienza, tornano al mittente. Io non le faccio.

O me le paghi, o non le faccio. Non perché sono avida, ma perché vorrei ridare valore al mio lavoro. E, connesso a quello, al mio ruolo. Pretendo di avere riconosciuto nei fatti e negli emolumenti economici il valore del mio ruolo, non solo negli intenti, nei complimenti e nelle parole.

Connesso al pagamento inoltre esigo, ripeto esigo, e lo riscrivo esigo il rispetto delle regole e delle leggi di tutela della salute dei lavoratori. Per adesso, nei riguardi degli insegnanti, sono completamente inevase.

Lo dimostrano i dati sconcertanti di uno studio sui docenti inidonei che ha rilevato lo stato della salute dei lavoratori del comparto scuola ( http://www.lastampa.it/rw/Pub/Prod/PDF/Studio%20inidoneit%C3%A0%20Lodolo.pdf ) :

il 35% degli insegnanti è affetto da malattie alle corde vocali, ma, e questa è la cosa più grave, l’87% soffre di ansia e depressione. E volte che facciano sei ore in più? Per portarci all’annichilimento?

Lo studio rivela (a voi, ma non a me, che di ansia soffro, sono solo al 7° anno di questo mestiere e non oso pensare a come arriverò ai 67 anni) che questo lavoro continuato per cinque giorni, nell’arco di nove mesi l’anno, comporta usura psicofisica: l’87% delle diagnosi si riferisce a problemi ansioso-depressivi, il 13% si divide tra disturbi di personalità e psicosi.

Attenzione: non la possibilità o l’eventualità. Lo stato di fatto. Tutele o prevenzioni connesse? Nessuna. Anzi, un peggioramento costante delle condizioni di lavoro e di pressione psicologica.

Le diagnosi psichiatriche sono 5 volte più numerose delle disfonie che a loro volta sono considerate “causa di servizio”, mentre non è mai stata introdotta la considerazione di “malattia causata da servizio” dei disturbi psicofisici, nonostante siano più numerosi. Il motivo è banale: si può dichiarare nero su bianco che le classi e l’insegnamento comportino quasi certamente tali disturbi? Con quali ricadute sul piano simbolico come anche sul piano degli impegni di tutela e di responsabilità da parte dei datori di lavoro?

Si può certificare che una classe di 34 ragazzini urlanti (così è. Aggiungo anche “grazie al cielo sono vivi”, ma son troppi e sono educati malissimo da famiglia e società) che ha bisogno di essere calmierata continuamente per cinque ore provoca scompensi psicologici? Si può dichiarare che tutti i santi giorni i docenti italiani escono dalle classi con un mal di testa continuo, col fischio nelle orecchie e con la gola in fiamme? Anche nelle classi più tranquille e già dalla prima ora?

Avete mai provato anche solo per un attimo a mettervi al nostro posto? Sareste da tso dopo 20 minuti: da Profumo a Monti alla Fornero.

No, non si può dichiarare. Eppure il testo unico 81 sulla salute dei lavoratori prevede multe salatissime se non la galera per l’assenza di un semplice certificato di antitetanica in un cantiere edile. Non prevede nulla, niente, per il totale disinteresse per le condizioni di lavoro dei docenti dentro le scuole e per la legge inevasa. E non citatemi il corso sulla sicurezza che siamo obbligati a seguire ogni anno perché è ridicolo.

Un altro dato interessante è l’anzianità di servizio media al momento della diagnosi, circa 20 anni di lavoro continuativi in cattedra. Cioè: dopo 20 anni di insegnamento l’usura ha raggiunto il climax. La media degli insegnanti oggi ha superato i 20 anni di docenza e arriverà a 35-40 anni di lezioni frontali.

Dunque: cara Italia tu mi puoi far lavorare quanto vuoi, mi puoi pure persino fare ammalare quanto vuoi, puoi affidare l’educazione dei ragazzi a un corpo docente stanco, ammalato, disilluso, offeso, frantumato nella sua stanca solitudine e sempre più anziano, a dispetto della solenne bugia del “volere docenti giovani ed entusiasti”. Puoi farlo, perché tanto siamo col capo chino e masochisti e impauriti a tal punto da dirti “ma sì dai, continua che mi piace”, però tutto ciò me lo devi pagare. Il giusto. E siccome non me le puoi pagare queste ore, evita di sparare cavolate. Evita.

Diciamo che, ai fini del bilancio personale della salute, arriviamo alla pensione con un deficit peggiore dell’aver venduto un rene. A fronte di uno stipendio che non supererà mai i 2mila euro mensili.

Dunque non ripeterci quanto siamo importanti e quanto la nazione ci deve. Ci deve quello che ci spetta. E che non abbiamo oggi.

Due sono le cose: noi docenti siamo scemi, ed ormai è certificato che lo siamo e tu sei un’ Italia..si può dire? Sempre più infame, inconsapevole e folle.”

P.S. Io ho scioperato. I lavoratori della scuola iscritti alla CISL e la UIL no! Chevelodicoafà

6 commenti

  1. In questo periodo, sto studiando un po’ di economia politica. Mi ha fatto capire molte cose che mi sfuggivano e che non riesci a comprendere se non ti informi a fondo sulla storia economica del Mondo e sulle varie dinamiche che regolano i processi dei emrcati.

    Il problema è che i timonieri del Mondo non seguono gli economisti che leggo io e preferiscono continuare a seguire le politiche neo-liberiste che ci hanno portato dove siamo ora. Continuano a pensare che i mercati riescono a regolarsi da soli.

    L’Europa (alias la Germania che dirige questo concerto) ha chiesto ai Paesi membri e, in particolare, agli alunni indisciplinati e “porci” (così ci chiamano: i P.I.I.G.S. = Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) una politica di rigore e di austerità. Questo perché avremmo vissuto in tutti questi anni “al di sopra delle nostre possibilità”, ed è ora arrivato il momento di “stringere la cinghia”, fare sacrifici per “rimettere i conti in ordine”. Perché? Perché lo esige l’EZ (l’eurozona)!

    Il problema è che il liberismo ed il neo-liberismo, in tutti questi anni, hanno speculato ed hanno fatto esplodere la bolla finanziaria che ci ha portati dove siamo ora: al disastro economico, visto che le aziende chiudono e la disoccupazione aumenta.

    Il problema è che le politiche di austerità applicate dai nostri Governi europei (aumento indiscriminato delle tasse che colpisce soprattutto i ceti medio-bassi, diminuzione della spesa pubblica, smantellamento delle tutele e delle garanzie nel mondo del lavoro) mortificano e deprimono l’economia e portano alla recessione. I medici di una volta salassavano i pazienti, pensando che togliendo il sangue con le sanguisughe, la malattia passasse. In realtà, se togli il sangue al malato già grave e non lo ricambi, il paziente muore. Lo stesso se togli il risparmio ai ceti meno abbienti (con maggiori tasse, meno servizi pubblici o facendoglieli pagare di più, oppure consentendo facili licenziamenti “economici”), questi spenderanno e consumeranno di meno, la produzione diminuirà (a chi vendi se non c’è nessuno che compra?) e il Paese finisce in default (leggi a puttane).

    Le politiche di austerità chieste dall’Europa e dalla Merkel ci stanno uccidendo, perché non potrai mai avere una ripresa dello sviluppo o una crescita economica in un Paese già ridotto all’osso e con le pezze al culo.

    Gli economisti “critici” sostengono proprio il contrario di questa politica di austerità: in un momento come questo, di forte recessione già in atto, la spesa pubblica va alimentata e aumentata. Se ridai linfa vitale all’economia (sostenendo, ad es., l’istruzione scolastica, le università, il mondo della ricerca, lo sviluppo di nuove tecnologie), la produzione ed il suo indotto riprenderanno fiato ed avrà modo di rimettersi in moto il motore dell’economia, con maggiore occupazione, più consumi, più produzione.

    Se la soluzione appare così semplice, perché non viene messa in atto?
    Perché gli interessi sono diversi ed il timone è in mano a Schettino. Per aumentare la spesa pubblica, lo Stato ha bisogno di soldi, le tasse dovrebbero colpire i ceti più abbienti, la lotta all’evasione fiscale dovrebbe diventare spietata, dovresti persino deciderti ad introdurre la patrimoniale secca sui grandi patrimoni.

    E questo, a parte me e te e qualche altro milione di persone senza voce che stanno solo ai remi, a chi conviene farlo?

    PS: ah, auguri per il tuo comple!
    🙂


  2. Aggiungo altre due o tre riflessioni.

    Le manovre approvate finora non solo sono state inique (perché non realizzano nessuna redistribuzione dei redditi), ma sono state soprattutto inutili.

    Il governo del dopo-Berlusconi ha attuato in Italia queste politiche iper-liberiste di tagli e tasse indiscriminate(IMU sulla prima casa dei poveri e non dei ricchi o del Vaticano) e di austerità. Quali sono stati i primi provvedimenti nell’agenda di Governo? Allungamento dell’età pensionistica e riduzione delle tutele al lavoro (modifica art. 18 St.lav.). Era questa l’urgenza europeista per rimettere i conti in ordine? E la riduzione dei costi della politica dove è finita?

    Se chiedono agli insegnanti di lavorare gratis, vuol dire che stanno iniziando a fare i tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici; Marchionne e l’industria metalmeccanica hanno già chiesto riduzioni ai salari degli operari; nel terziario, la contrattazione collettiva ha congelato gli aumenti, non concedendo neppure il recupero inflattivo (poi scopro che l’abolizione della Scala Mobile vale per tutti, tranne che per i Parlamentari). Se riducono anche le pensioni, la spesa pubblica per istruzione, ricerca, cultura e i servizi pubblici fondamentali, vuol dire che si deve parlare di scelta preordinata atta a ridurre il potere contrattuale sindacale e l’espressione democratica di ampie fasce di popolazione.

    Una volta appurato ciò, chi giustifica (appoggia, sostiene), in qualche modo, tali scelte, è corresponsabile; lo è anche chi afferma, senza entrare nel merito delle cose, che non è possibile agire diversamente. Ahimè, anche il nostro amico (più tuo che mio, ormai) Pier Luigi Bersani.


  3. Bar sai benissimo che condivido la tua analisi socio-economica. Parola per parola.
    Devo dirti anche che io il 12 ho scioperato, ma sono stata l’unica nella mia scuola. Anche i precari non hanno scioperato. C’è una specie di ottundimento tra la gente, anche tra chi ha un livello culturale più alto della media, che blocca qualsiasi novità, iniziativa, protesta.
    A distanza di tre giorni la CISL e UIL hanno dichiarato lo sciopero per la scuola, perchè ritengono che quanto stabilito dal patto di stabilità lede i diritti del mondo della scuola.
    Dalle parti mie si dice … e sti cazzi!
    Sempre in ritardo, sempre per distinguersi, sempre per smarcarsi da un mondo che prevede le disfatte nel mondo del lavoro per poi trovarsi un posticino in parlamento con l’UDC, o centristi che dir si voglia.
    Li disprezzo molto cordialmente.
    Se poi ti dicessi che non solo i colleghi non hanno scioperato, ma hanno organizzato l’entrata posticipata per la mia classe allora ti rendi conto che…. cazzo: il primo che si lamenta della puzza che emana il ministro ossimoro, si prende un vaffanculo detto con tutto il cuore.

    L’unica cosa che contesto è la critica al mio amico Bersani.
    Se non hai seguito sul sito di Repubblica la sua video intervista, ti invito a farlo
    http://video.repubblica.it/dossier/primarie-pd-2012/bersani-non-chiedo-a-d-alema-di-candidarsi/107929?video
    sulla destra ci sono i link delle cose che possono più interessarti, compreso il suo pensiero sulla scuola..

    Credo che stia ingoiando rospi a tutto spiano perchè questo Stato non si annulli nel caos più totale. Tu avresti preferito votare subito, lo so… ma temevo le conseguenze di tale atto.

    P.S. Grazie degli auguri caro. Ormai sto diventando davvero una “vecchia” amica, però ancora faccio la mia “porca figura” 🙂


  4. D’accordo con te Frà sull’ottundimento della gente che, purtroppo, si disinteressa anche ai problemi di casa propria. Un po’ per menefreghismo, un po’ per ignoranza sindacale, un po’ per stanchezza e scadimento dei nostri politicanti che ci governano e che non danno più nessun affidamento morale. Era quello che cercavo di dire nei commenti al post precedente in cui si è discusso sugli italioti…

    Hai fatto bene a farmi vedere (e sentire) il Bersani-pensiero. Impantanato tra un Renzi che scalpiata per rottamare e un D’Alema che non si vuole mettere in pensione. Insomma, un Bersani che parla del partito (e non del Paese che sta mandando a puttane, assieme agli altri). Un Bersani che fa la sviolinata pure al signor Mario che non deve tornare alla Bocconi, perchè è una risorsa (questo è stato il massimo, poi ho spento).

    Il PD non è d’accordo sulla riforma Monti della scuola? Non erano d’accordo nemmeno sulla riforma dell’articolo 18. E poi? E poi si sono dimenticati di quello che avevano detto il giorno prima e hanno votato a favore della Fornero…e chi ci crede più a quello che dicono che diventa puntualmente il contrario di quello che fanno?

    Chiacchiere, chiacchiere, sempre e solo chiacchiere… A questo proposito ed anche in merito alla politica-economica del PD e di Monti, forse, è opportuno guardare un po’ di storia meno recente, per comprendere quella dei giorni nostri… Ti faccio leggere un articolo di qualche mese fa, uscito su un blog di economia…

    “I salvatori dell’Italia”
    Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (*Università di Napoli “Federico II”)
    – 15 Febbraio 2012

    Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.

    La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012).

    Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti) e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati.

    La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività.

    Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no.

    A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti.

    La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi.

    L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda.

    L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della imposizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi).

    Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “conciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.

    Va notato che nel “secondo tempo” della manovra il governo ha messo la sordina al leitmotiv dell’equità, ed iniziato a decantare l’effetto che potrebbero avere sulla crescita del PIL italiano l’apertura di 5.000 nuove farmacie, una riduzione delle tariffe dei taxi, o il permettere licenziamenti arbitrari, e facendo intendere di aver lanciato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale.

    La Guardia di Finanza è stata allora mandata ad occupare manu militari celebrati luoghi di turismo di lusso, per stanare l’evasore al semaforo, verificando la congruità del numero dei cavalli vapore dell’auto con la dichiarazione dei redditi dei proprietari.

    Il governo – ed i mezzi di informazione – sembrano aver dimenticato che non è necessario fermare i SUV ai quadrivi di Cortina per controllare se il proprietario dichiari un reddito sufficiente; e, ciò che è peggio, hanno dimenticato che per l’ordinamento fiscale italiano non è necessariamente un evasore fiscale chi compra auto di lusso e yacht senza dichiarare neanche un euro di reddito.

    I possessori di ricchezza finanziaria non sono tenuti in quanto tali a compilare alcuna dichiarazione dei redditi: quel poco di tasse che pagano vengono trattenute alla fonte con aliquota secca – e bassa.

    La riprova è nei dati sul gettito delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie, che nel 2010 è stato in tutto pari a circa 8 miliardi di euro, a fronte di circa 130 miliardi da ritenute sui redditi da lavoro dipendente e pensioni (che pagano i ¾ del gettito IRPEF).

    Se gravare il lavoro del grosso del carico fiscale è il pilastro della politica fiscale dell’Europa unita, va notato che nel 2008, tra i 27 paesi dell’unione, l’Italia aveva il più elevato livello di imposte sul lavoro e contributi sociali in rapporto al salario lordo.

    Sembrava si fosse giunti al punto in cui il peso del debito pubblico a carico della parte attiva della popolazione fosse diventato insopportabilmente alto, e che fosse arrivato il tempo di spostare la tassazione sulle spalle di altri.

    Il governo Monti ha pensato diversamente, e questo può non sorprendere.

    Quello che sorprende è che partiti di centro-sinistra la pensino come Monti, e che, in nome della “responsabilità”, si attribuiscano il “merito” delle sue manovre.

    Eppure ci sono segnali che dovrebbero farli riflettere.

    Da un lato, la Grecia sta subendo una “cura” che ha portato le condizioni sociali ad un punto di rottura, e chi si distanzia dalla manovra è la destra, che ha appena annunciato di uscire dal governo per non approvare l’ennesima raffica di tagli, licenziamenti ecc.

    Dall’altro lato, è proprio per non lasciare alla destra la rappresentanza del montante malcontento che in Francia il candidato socialista alla presidenza si dichiara indisponibile ad appoggiare la ratifica del nuovo Trattato fiscale.

    In ballo ci sono non solo l’aumento dell’imposizione indiretta e i tagli alle pensioni, ma, più significativamente, ulteriori svuotamenti di sovranità di uno Stato che i francesi evidentemente non considerano ancora un ferro vecchio. Quanto di elettoralistico e quanto invece di concreto vi sia in queste promesse si vedrà, e dipenderà in buona misura dagli sviluppi della crisi.

    Il fatto resta, però, che mentre in Francia la sinistra moderata si propone di aprire una breccia sul fronte del rigore ad ogni costo, in Italia difende politiche estreme di austerità che, come ha scritto un autorevole commentatore sul Financial Times, porteranno l’Europa “a sbattere”.

    Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale.

    Poco dopo, di fronte a una nuova caduta del cambio e alla necessità di accedere ad un prestito del FMI, Andreotti approvò un pacchetto di pesantissimi aumenti delle imposte indirette, delle tariffe dei servizi pubblici e dei prezzi amministrati (in particolare tabacchi ed olii combustibili).

    In una “conversazione” televisiva sulla manovra il presidente del consiglio spiegò che i “sacrifici” richiesti agli italiani avrebbero favorito investimenti atti a rafforzare l’apparato produttivo e l’occupazione giovanile, e che il governo aveva avviato una serie di misure contro la piaga dell’evasione fiscale: il ministro delle finanze e il comandante della guardia di finanza erano già “al lavoro” per compilare gli elenchi dei “sabotatori dell’economia e della moneta nazionale”.

    Lungi dall’obiettare, lo sventurato PCI rispose: con la solennità di un Comitato Centrale dichiarò di lottare perché si facesse “una severa politica di austerità”, naturalmente aggiungendo che questa avrebbe dovuto essere “socialmente equa” e servire “ad avviare una grande politica di trasformazione della società”.

    Anche in quel caso l’equità, gli investimenti e la grande trasformazione si persero nelle nebbie (per non parlare della caccia ai “sabotatori”), ma poco dopo, di fronte a una situazione che naturalmente non migliorava affatto, in particolare sul fronte della disoccupazione, i sindacati, spronati dal PCI, conclusero un singolare accordo con la Confindustria in cui si accettavano tagli ai salari, allungamenti dell’orario di lavoro, ecc., in cambio di nessuna contropartita – una manifestazione dell’ “autonomia” dei lavoratori, secondo esponenti della sinistra, alcuni dei quali accusavano i sindacati di non fare seriamente la “lotta all’inflazione”, e di “aver tutelato validamente gli interessi degli occupati a danno dei disoccupati” (G. Amendola, Corriere della Sera, 16 marzo 1977).

    Fu la “tregua” salariale.

    Il PCI rimase così a bagnomaria per un altro paio di anni, sostenendo il governo dei sacrifici contro promesse.

    All’inizio del 1979 si vide costretto a ritirare il suo appoggio, opponendosi ad un ulteriore congelamento dei salari, ed all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, ma senza veramente chiarire i motivi di questo passo – di fatto, lo stesso gruppo dirigente fu in parte contrario a questa svolta, e molti invitarono a non “buttare a mare una esperienza di governo nazionale” (Napolitano).

    Alle elezioni anticipate di qualche mese dopo il PCI, per la prima volta nella storia repubblicana, vide diminuire i suoi voti, perdendone un milione e mezzo. Da allora fu una frana continua. Forse il governo Monti rappresenta un ultimo movimento di assestamento.


    • Il risvolto storico mi ha molto colpito. Sono andata alla ricerca di notizie in merito, ma è una storia ancora troppo recente per averne approfondite considerazioni. E’ comunque vero che quando c’è da essere seri e responsabili si fa sempre riferimento al PCI-PDS- DS- PD. Da quando ci sono poi dentro gli sx DC malemesento.
      Ci fregano con i sensi di colpa.
      Con considerazioni del tipo che le rivoluzioni sono fallite, che siamo sognatori, che occorre essere responsabili e realisti.
      Loro fanno casini e noi “responsabilmente” ingoiamo rospi.

      Ma io Monti (a parte che non ci fa fare figure di merda in giro per il mondo), non lo stimo.
      Un liberale che non si rende conto che la finanza la libertà te la toglie… Credo rappresenti quei liberali, gli stessi del dopo guerra, che per non votare MSI votavano liberale.

      Ma proviamo a metterci nei panni di chi vuole diventare un PdC stimato e ascoltato in Europa e nel mondo, quando tutti diffidano degli italiani. Quelgli italiani corrotti, quelli che si venodno pure le partite, che votano un Governo con uno che va con le minorenni e si mette a giocare al cucù….
      Che dovrebbe fare? Dire andate tutti affanculo, Monti è uno stronzo e io voglio tutt’altro?
      Prima occorre che gli altri si fidino di te e poi gli si può dire: “Si, però io….la penso così e cosà, e ve lo farò vedere che è possibile”.

      Eche caspita Bar, vogliamo governare per cambiarla quest’Italia, o vogliamo fare come Bertinotti?
      Il disperso Bertinotti? Chi l’ha visto Bertinotti?

      Io alle primarie vorrei votare Vendola. Ma Renzi è troppo vicino per disperdere anche solo un voto. Mi sarebbe piaciuto spostare a sx la bilancia, ma sto cazzone si mette ad andare a cena con i Caymani… e quelli c’hanno i soldi per convincere questi “italiani” berlusconizzati.

      Renzi è pericoloso. Ha ragione D’Alema.


  5. BASTA COI NUMERI !



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