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Involucri

17 agosto 2012

 

Un breve ricovero in un ospedale di provincia italiana mi ha permesso di riflettere non solo sul mio corpo, che evidentemente non è fatto soltanto di pelle esterna, non è solo apparenza, ma è composto da tutta una serie di tubi, organi, pompe, spugne sui quali ho un controllo minimo e superficiale; spendo centinaia di euro per creme e cremine per levigare, rassodare, cancellare, sostenere il mio involucro e non appena c’è qualcosa che non va “all’interno”, non posso farci niente: mi devo rivolgere a un medico.

Il medico, di base, ti ammolla qualche antinfiammatorio, qualche sciroppo, antibiotici per sei giorni, e quando non risolve: ricovero in ospedale.

Ora. Solo chi ha frequentato per una volta, dal di dentro, questi luoghi che curano l’interno del tuo involucro, può capire. Dentro questi corridoi, queste stanze, non esisti più, non sei, scompari, nemmeno il tuo involucro conta.

Diventi un problema da risolvere.

Problema nr. 15 o nr. 3 oppure 27. Da risolvere con meno costo possibile e meno lavoro possibile.

Il costo è dato dagli esami e cure che gravitano sul budget dell’ ospedale, il lavoro è quello di medici e personale infermieristico che si arrabattano tra pazienti e tempo e scartoffie da compilare.

Ma

mentre i medici hanno (quasi) tutti una professionalità che si esprime anche in una sana competizione tra di loro, con speranze di passaggi di livello professionale, gli infermieri e gli OS (si chiamano così i vecchi portantini..) fanno a gara per strafottenza, ignoranza, superficialità, arroganza.

Per chi lavora da molto tempo nell’ambito,  i pazienti non hanno più idee, sentimenti, carattere, sono numeri ed involucri da manipolare, bucare, maltrattare, a volte offendere.

Non mi interessa conoscere le cause del loro malessere lavorativo, ma non dovrebbe essere permesso a nessuno di trattare una PERSONA come se fosse una cosa.

Mi hanno portato in sala operatoria che ero ancora sveglia, mi spostavano e mi legavano, continuando a parlare degli affari loro, come se io fossi un … non lo so come mi considerassero, senz’altro meno di niente. Per loro non avevo storia, né famiglia, né sogni, né paure.

Li ho pregati di addormentarmi perché l’angoscia stava avendo il sopravvento.

Questi giorni di dignità violata, di superficialità, di lungaggini burocratiche, sono stati gli stessi giorni delle Olimpiadi. I giorni in cui involucri perfetti, portavano sogni  e speranze di tanti corpi a sudare, girare, lanciare, picchiarsi l’un l’altro, per superarsi, primeggiare, vincere.

A volte a qualsiasi costo. Anche quello di rovinarsi l’interno dell’involucro con porcherie chimiche.

Ascoltavo le radiocronache nel mio letto scomodo, con le cuffie, per non disturbare i miei vicini di letto. Perché in ospedale devi dividere TUTTO con sconosciuti  con i quali si instaura velocemente una solidarietà del chi più può più fà, ma che è limitata dall’educazione e dalle abitudini. Quindi meglio le cuffie e il rispetto delle orecchie altrui.

Olimpiadi e medaglie d’oro, letti d’ospedale e  calcoli come trofei.  Gli stessi involucri, gli stessi corpi, trattamenti diversi per anime sofferenti.

7 commenti

  1. anche io immaginavo un ospedale come lo descrivi tu…forse, sono stato fortunato…gli infermieri di geriatria non si comportavano da bestie…erano giovani e molto professionali…poi, in quei 13 giorni, abbiamo scoperto anche amici in comune e si parlava amichevolmente…sai cosa penso che stia “salvando” il nostro ospedale? l’università… ormai tutti i reparti “lavorano” in simbiosi con gli atenei di medicina..ho visto infermiere che facevano il “corso” alle crocerossine, medici giovani. questo dà un senso al loro lavoro, fa scattare quella “competizione” che hai visto anche tu (anche se tu la vedevi solo nei medici)…

    è molto bella la similitudine che hai fatto con i giochi olimpici e con i corpi perfetti e funzionanti degli atleti confrontati con i nostri che, con il tempo, si guastano…mi ha molto colpito la conferenza stampa di quel podista “fregato” all’anti-dooping, che, piangendo, spiegava di essere andato in una farmacia turca a prendere con 1.300 euro una sostanza che gli consentiva di reggere la nausea che aveva degli allenamenti e della corsa…anche andare a farsi una birra con un amico gli dava sensi di colpa…fanno una vita durissima quegli atleti, se si riducono così…?


    • Io non invidio la vita di quegli atleti che dedicano tutta la vita a quel corpo da mantenere sempre al massimo, dentro e fuori. Non si possono concedere nulla, nessuno sfizio, nessun divertimento fuori orario o fuori da quello che può influire sul loro obiettivo. Mi ricordano i cavalli da corsa. Una vita completamente dedicata ai successi, e poi quando sono vecchi raramente se li ricorda qualcuno e diventano ancora di più dei numeri dei nostri vecchi, perchè a parte le gare nella vita non lasciano molto d’altro alle loro famiglie da ricordare.


  2. Leggo questo post dopo aver passato 6 ore al Pronto Soccorso del Brotzu. Odio.


  3. ohi lella, son tornato e ho letto del ricovero.
    ho letto anche da barone quello che dice tua figlia …Mi dispiace per quello che ho letto
    ti mando un abbraccio
    e alzo un’ichnusa per brindare a una tua rimessa a posto in breve tempo
    t.


  4. Sarà che avendo già un “involucro” che fa schifo, gesù crist mi ha risparmiato finora l’esperienza di dovermi occupare dell’interno.. Ho conosciuto anch’io ma solo come figlia del degente (madre e padre), l’ambiente del ricorvero ospedaliero. Devo dire che ancora peggio è il trattamento quando sei vecchio e malato. Ho certi ricordi che se ci penso adesso, mi sento in colpa per non avere protestato. Ma ero molto giovane. Sei praticamente quasi ignorato del tutto nei tuoi bisogni di essere umano. Spero che non sia così sempre e ovunque..


  5. VERO, eppoi nessuto che ti parli come una persona, nei pronto soccorsi siamo solo scocciature, perdite di tempo…


  6. spero che tutto sia andato per il meglio.
    Cosa vuoi, ci si accorge delle cose solo quando queste ci toccano, certo che la mentalità è sempre quella dei piccoli mafioncelli quali noi siamo, ricordo ancora le meraviglie di un mio zio che risiede negli USA, quando mia mamma (sua sorella) era ricoverata in ospedale e noi riempivamo di mance tutti quelli che la toccavano, escluso i dottori.
    Oggi magari non avviene più, però magari offrendo un caffè, chissà



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